Quando la letteratura è militante? E soprattutto, cosa significa l’aggettivo militante, riferito alla letteratura? La militanza è una particolare condizione, che presuppone “l’impegno e la partecipazione attiva nei confronti di un motivo culturale, artistico, ecc.” (Dizionario Devoto Oli della Lingua Italiana, edizione 2004-2005). Peraltro, l’accezione di militanza che ho citato è quella che può essere riferita alla letteratura; perché anche un singolo individuo può militare nelle fila di un’organizzazione partitica o politica, culturale o sportiva. Come si nota, in entrambi i casi la militanza presuppone come condizione preliminare l’impegno, la partecipazione: perciò, tornando alla domanda iniziale, quando la letteratura è militante? Ovvero, quando quell’insieme disordinato di opere scritte – che noi definiamo letteratura – è impegnato, e cioè arricchisce culturalmente il pubblico a cui è diretto?
Innanzitutto, è necessaria una precisazione relativa al termine “impegnato”: poiché lo si usa troppo spesso, si finisce per farlo finire nei contesti meno appropriati oppure per attribuirgli significati non suoi. Riguardo alla letteratura, più precisamente, troppe volte si cade nel tranello della politica: in base a tale fraintendimento, quasi automaticamente una letteratura è impegnata solo quando assume connotazioni politiche. In particolare, per altro, quando si schiera con la parte sinistra, anche estrema, dell’arco politico: sembra che solo in queste circostanze si possa parlare di letteratura impegnata, come se l’impegno fosse prerogativa esclusiva della sinistra.
Confutare la tesi della politica (e della politica “rossa”) non significa assolutamente dire che la letteratura schierata a destra sia (o sia stata) migliore, o più adatta, alla definizione di impegnata: è infatti evidente che, paragonando le due parti politiche, è quella sinistra solitamente la più coinvolta nel miglioramento dei suoi seguaci. Confutare una simile tesi significa semplicemente avere ben chiaro che una letteratura veramente militante ha più un carattere sociale che politico. E per carattere sociale intendo riferirmi al fatto che una vera letteratura militante e impegnata diffonde presso il suo pubblico cultura, educazione, progresso intellettuale. Intendo dire che il compito vero di un’autentica letteratura militante è quello di trasmettere, a tutti coloro che vi si accostano, le capacità per evolversi intellettualmente senza fermarsi a concetti troppo contingenti. In parole povere, un autore militante scriverà un libro dalla lettura del quale un lettore potrà avere ben chiara una particolare questione, oppure farsi una propria opinione riguardo ad un certo problema intorno a lui. Una vera letteratura militante, insomma, permette a chi la legge di arrivare ad avere, riguardo a qualcosa, una concezione il più vicina possibile alla verità. Un vero autore militante non dovrebbe mai tacere gli errori, per esempio, di una parte politica verso la quale si sente incline: e se lo facesse, tradirebbe sé stesso e l’impegno che si è assunto nei confronti di chi lo legge, sia esso lettore assiduo o occasionale.
Leggendo la definizione, che ho appena tentato di dare, di autore e letteratura militanti, qualcuno potrebbe chiedere: ma il compito di “aprire gli occhi” al pubblico dei lettori non spetta principalmente ai giornalisti, che sono in contatto con la realtà circostante molto più di quanto facciano gli scrittori o i letterati? Io credo di no per un motivo molto semplice: un giornalista si confronta sempre e soltanto con l’attualità dell’epoca in cui vive e che vive. Un giornalista impegnato, o militante, deve per forza trattare in maniera trasparente e diretta ciò di cui vuole parlare. E siccome il compito di un giornalista simile è nella maggioranza dei casi quello di smascherare bugie e malefatte, per assolverlo dovrà chiaramente dire ai suoi lettori: il potente di turno vi dice che grazie al suo operato una questione è stata risolta con successo, migliorando sensibilmente la situazione precedente; ebbene, attenzione perché non è così! Il giornalista, insomma, deve esporsi direttamente: non può affrontare i discorsi che ritiene importanti usando perifrasi o immagini, anche astratte. Invece, il letterato o lo scrittore impegnato può! È questa la sua fortuna, è questo che lo avvantaggia rispetto al giornalista, pur essendo coinvolto meno direttamente nella realtà dei fatti. Restando all’esempio – schematizzato prima – del potere, uno scrittore potrà agevolmente sbugiardare un potente, chiunque sia e relativamente a qualsiasi questione, senza esporsi direttamente e senza nemmeno nominare il potente in questione. E questo perché, in quanto scrittore, potrà usufruire degli artifici, dei trucchi e delle ricchezze della lingua letteraria: parafrasi, giri di parole, allusioni, immedesimazioni, scambi, ecc. È possibile che poi il potente, o il potere, lo scoprano ugualmente; lo scrittore, tuttavia, potrà sempre affermare di non aver nominato direttamente nessuno.
Chiarita la definizione di letteratura militante e impegnata come letteratura libera e mirante alla conoscenza, è interessante guardarsi intorno, in questa fine anno 2009, e cercarne qualche esempio. Perché il passato è abbondantemente ricco di esempi, dall’Apocolocyntosis con la quale Seneca prendeva in giro l’imperatore Claudio paragonandolo ad una zucca fino all’orwelliana Fattoria degli animali, che è una spietata e ironica satira del saccente e presuntuoso comunismo sovietico. Ma oggi, al giorno d’oggi, quali opere di quali autori aiutano il pubblico ad aprire gli occhi sulla realtà che lo circonda? Se domani si instaurasse nuovamente una dittatura in Italia, quali libri contemporanei finirebbero al rogo?
Io credo, dal mio personale punto di vista di ragazzo ventitreenne, che il momento attuale sia un momento delicato per tutti, da qualsiasi punto di vista. Stiamo vivendo infatti un periodo che per forza di cose è intermedio tra un passato ancora industriale e meccanico ed un futuro, molto prossimo, affidato esclusivamente alla tecnologia digitale. Stiamo insomma vivendo un’era di mezzo, durante la quale le fratture, simbolo del cambiamento irreversibile, sono ancora in fase di assestamento. Essendo una fase di cambiamento radicale, quasi nessuno riesce a mantenere l’orientamento verso la verità: non perché la verità sia scomparsa, ma perché i normali parametri che la determinano stanno cambiando (o, in alternativa, stanno cambiando le situazioni in opposizione alle quali prima si poteva agevolmente stabilire la verità da seguire). Siamo in un’epoca priva di maestri, sotto praticamente tutti i punti di vista: i genitori sono distratti dal lavoro o da altre occupazioni, tutte diverse dal loro abituale ruolo pedagogico; la maggior parte degli insegnanti, dall’asilo fino all’università, si dimentica spesso l’importanza fondamentale di ciò che svolge, che più che un mestiere andrebbe considerato una vera e propria missione; la tv, alla quale viene demandato il ruolo quantomeno di passatempo, ignora praticamente qualsiasi programma che non sia fatuo; i giornali sono ormai quasi tutti degli isterici che periodicamente schizzano, ognuno proponendoci la versione che preferisce (o ritiene più utile e comoda) di un fatto che in fin dei conti, se è accaduto, sarà per forza unico. E i libri? Esistono ancora libri che, in un modo o nell’altro, ci possano educare, o almeno far riflettere riguardo a ciò che ci circonda?
Ebbene, io credo che di libri veramente militanti, oggi, ce ne siano pochi. E anche qui, però, va fatta subito una precisazione importante: per libri, in questa occasione, intendo esempi di letteratura “vera”, quindi storie di finzione con personaggi finti: insomma, non vedo oggi qualcosa di simile a Orwell o al dottor Živago. Non mancano voci che mostrano ciò che di sbagliato c’è nella nostra società; però, non si tratta di letteratura “vera” perché utilizza le forme del reportage o del dossier o del documentario. Più che inventare una storia con dei personaggi finti, seppur ambientata in un contesto vero, questi “docu-libri” raccontano uno spezzone di realtà reale e riconoscibile proprio perché reale. Penso per esempio a Gomorra o alla serie dell’editrice Chiarelettere che ha proposto recentemente libri come Vaticano s.p.a., Papi. Uno scandalo politico, Un inverno italiano. Cronache con rabbia 2008-2009 ecc. Tutti libri che smascherano le nefandezze dei potenti di casa nostra e ci illuminano sulle dinamiche e le strategie del crimine; ma tutti (tranne, parzialmente, Gomorra) che si limitano a descrivere e presentare la realtà così com’è.
Ho detto che Gomorra è solo parzialmente un prodotto del genere perché presenta dei caratteri che esalano dalla semplice descrizione della realtà: per esempio, lo stesso modo di presentare i fatti non è quello “canonico” dell’esposizione fredda, con la costruzione impersonale dei verbi alla terza persona singolare. Il libro di Saviano, infatti, è a metà tra la narrazione di fiction e la ricognizione documentaria, e la sua definizione di genere sta suscitando ampi dibattiti. Però, ciò non cambia la questione: libri “veri e propri” che mostrino i mali della realtà camuffati sotto le spoglie di una storia raccontata sono diventati merce rara. E lo dimostra anche il fatto che gli esempi di letteratura militante che ho fatto sono tutti riferiti al passato, oltre al fatto che gli autori dei libri di Chiarelettere sono quasi tutti giornalisti o, se scrittori, hanno una formazione giornalistica.
Insomma, sembrerebbe proprio che gli scrittori abbiano, almeno momentaneamente, rinunciato al loro ruolo di maestri nell’ambito del medium che li riguarda, cioè la scrittura letteraria. Sicuramente anche l’editoria, con cui qualunque scrittore deve fare sempre i conti, non aiuta da questo punto di vista: essendo infatti, almeno al livello delle case editrici più importanti, interessata soprattutto al lato economico del libro, è logico che essa preferisca libri di intrattenimento, magari anche poveri di contenuti ma che vendono molto, a libri impegnati e “seri” che però vendono poco. Ma non credo che la questione riguardi solo questo, o meglio non si può dare la colpa solo all’editoria. Essa, infatti, non rifiuta praticamente nulla di ciò che un autore scrive e propone per essere pubblicato; e se le grandi case ignorano la maggior parte di una produzione chiamiamola di qualità, esiste nel nostro Paese un vasto panorama di case medio - piccole favorevolmente disponibili a una produzione del genere. Quindi, la colpa è anche degli autori, nel nostro caso degli scrittori. Che preferiscono scrivere libri d’intrattenimento, magari anche “elevato” (non Harmony, per intenderci, pur con tutto il rispetto per questa collana) piuttosto che libri che abbiano come obiettivo principale lo stimolo alla riflessione. O che magari, per una sbagliata lettura della società in cui vivono, credono che un messaggio passi meglio se esposto in maniera diretta piuttosto che attraverso il filtro magico delle parole di un libro. E, poiché un sistema letterario si basa su tre attori (ovvero autore, editore e lettore), una certa responsabilità spetta magari anche al pubblico, che troppo debolmente lamenta la mancanza di stimoli ricevuti attraverso “vera” letteratura e preferisce anch’esso prodotti più diretti. Ma la letteratura non può abdicare a questo importantissimo compito, questo dev’essere chiaro! Non può per molti motivi: perché una letteratura non può solo essere un modo per far passare il tempo; perché una storia di fiction non perde nulla della sua qualità letteraria anche se calata in un contesto reale (e lo confermano anche i romanzi storici, oltre a quelli militanti); perché noi che leggiamo e, soprattutto, che VIVIAMO, abbiamo bisogno come l’aria, in questo momento, di qualcuno che, pur senza l’autorità sacrale tipica di un saggio o di un maestro riconosciuto, si prenda la responsabilità di guardare attorno a sé quello che capita e ci dia una pur minima indicazione. Insomma, Letteratura non mollare: te lo chiedo come ragazzo ventitreenne, ancora studente ma quasi pronto al suo definitivo ingresso nel mondo. Te lo chiedo in nome di tutti quelli che leggono, e anche di quelli che non leggono; in nome di tutti quelli che hanno a cuore il loro tempo, e anche di coloro che invece se ne fregano. Perché, per smascherare i loro sbagli, non si può assolutamente prescindere anche dalla letteratura.
questo, e tanti altri articoli di approfondimento, nel nuovo numero di generAzione rivista dedicato alla MILITANZA!
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E' FINALMENTE USCITO IL NUOVO NUMERO DI GENERAZIONE RIVISTA (IL 5° PER QUEST'ANNO, IL 7° IN TOTALE)!!!
SI TRATTA DI UNA VERA E PROPRIA BOMBA, DEDICATA ALLA MILITANZA: UNA MILITANZA SOPRATTUTTO LETTERARIA, MA PIU' IN GENERALE UNA MILITANZA VISTA COME IMPEGNO PER CERCARE DI CAMBIARE CIO' CHE C'E' DI PIU' NEGATIVO. O, QUANTOMENO, DI DIRE A PIU' PERSONE POSSIBILI, CONOSCIUTE O MENO, CHE C'E' PARECCHIO CHE NON VA.
I LIBRI, INSOMMA, COME AMICI E SOPRATTUTTO COME MAESTRI.
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BUONA LETTURA A TUTTI!!!
mi piacciono veramente un sacco, i treni. tra tutti i mezzi di trasporto, sono quelli che preferisco. per tanti motivi: perché sono sopravvissuti alla modernità, cambiando l'interno delle carrozze ma non quelle due listarelle di ferro parallele che corrono verso l'infinito e che li fanno muovere; perché quando ci sali sopra puoi fare praticamente di tutto, anche alzarti quando vuoi; perché viaggiano su itinerari solo loro, che non sempre coincidono con quelli delle strade automobilistiche e che quindi ti permettono di scoprire sempre qualcosa di nuovo; perché, se devi farci un viaggio lungo, ci mettono ancora un po' di tempo, e quindi ti lasciano ancora l'illusione romantica di un viaggio vero, lungo e diverso dallo stare comodamente seduti su un aereo che in un'ora ti scarica a migliaia di chilometri da dove sei partito...
sono sempre stato fortunato, con i treni. sono sempre stato fortunato perché mi hanno sempre portato dove dovevo arrivare, sono sempre stati puntuali e soprattutto mi hanno sempre atteso. sento di essere molto molto fortunato soprattutto perché i macchinisti mi hanno sempre aspettato. e qui non sto parlando dei treni materiali, quelli delle ferrovie dello stato o delle nord. quelli che, ad esempio, sfrecciavano proprio sotto casa della zia a Pieve Ligure, quand'ero piccolo: quanti, e com'erano sempre diversi; e io, affacciato al balcone, contavo quante volte facevano il classico tu-tun tu-tun volando sulle rotaie. o quelli che mi trasportano dai monti alla pianura al cuore di lei, e lei viceversa dalla pianura ai monti verso di me.
no, parlo di quelle occasioni che chiamiamo treni. quelle che insomma capitano una volta nella vita e basta. quelli che, di solito, hanno macchinisti non tanto frettolosi o cattivi, ma puntuali e scrupolosi. loro passano, conducendo il loro treno, facendosi notare; sta poi ai passeggeri disseminati sulla banchina riconoscere l'importanza di quel treno e salirci di corsa sopra. ebbene, è con questo tipo di treni che sono fortunato. perché a volte non sono proprio un genio, né brillo per immediatezza. e questi treni non riesco proprio a scorgerli. eppure, i macchinisti mi aspettano sempre: no, non si fanno notare, non si mettono a suonare la sirena del treno, semplicemente si fermano. come se avessero ricevuto l'ordine, chissà da chi, di fare uno strappo alla regola e aspettare me, uno che non solo è in ritardo ma è pure coglione perché non li vede.
perché accade? non lo so assolutamente. perché sono fortunato, o perché le cose devono andare così. non certo perché sono una persona così speciale, sennò li saprei quantomeno scorgere. comunque, mi danno tutto il tempo per salire. e io non ho mai avuto modo di ringraziarli come si deve...
grazie, treni pazienti. spero, una volta salito, di ripagarvi come si deve per la vostra pazienza...

oui, je suis parti avec elle. pour la france, pour paris, pour mes congés. je pensais d'adorer cette cité, de l'amer, ma je l'avais connue seulement sur les livres: dans mille et mille pages de poésies , des guides pour les touristes, des livres avec photograpies d'art et des monuments. j'avais dans mon coeur une idée de paris: je pensais à la seine, à les bistrots et les cafés, à la tour eiffel sans les connaitre directement. j'avais, en somme, mon personnel reve de la vie parisienne.
"avoir des reves, oh mais c'est magnifique! vous etes le dernier des romantiques..." vous chuchotez. mais quand vous avez un reve -dans mon cas, le reve le plus beau du monde- vous risquez toujours de voir votre reve qui vole en éclats. pourquoi? mais parce que le contact entre reve et réalité peut effriter la construction parfaite que vous avez creée dans votre imagination.
"et votre reve, a-t-il survécu à la réalité?", vous me demandez.
"no", je vous réponds, "parce que la réalité a été beucoup plus belle que mon reve. parce que j'ai lu dans ses yeux la joie et la perfection de l'amour. parce que nous nous sommes aimés à paris. et s'aimer à paris est la vrai signification des mots AMOUR, VIE, BONHEUR, PERFECTION...".
(dédié à Clara, mon amour)
cara mamma,
scrivo a te per scrivere a tutta la famiglia. e lo faccio perché in certi momenti della sua vita credo che un figlio abbia un debito maggiore verso sua madre che suo padre: non tanto perché io vi metta, o vi abbia mai messo, su una scala gerarchica, ma perché sei stata tu che mi hai portato dentro, nutrito e fatto respirare per nove mesi, e poi praticamente fino all’adolescenza. e infatti è proprio a te che devo delle scuse, perché tu che mi hai custodito ora mi stai per perdere: e so che proverai un dolore sicuramente molto molto forte.
mamma, ho deciso: vado a fare la Rivoluzione, ad aggiungere alla lotta per l’emancipazione degli ultimi anche il mio modesto contributo. sono ormai pressoché un adulto, se avere 21 anni significa ancora, almeno anagraficamente, essere adulti. non compio questa scelta istintivamente, o per capriccio, ma perché oltre al mio corpo in questi anni è cresciuta anche la mia mente. è maturata, e mi ha folgorato illustrandomi a casaccio alcune delle ingiustizie più infami che i popoli del nostro continente, pur in questo XX secolo così magnificato come l’era del progresso, devono ancora sopportare a capo chino. mamma, io non posso più sopportare che ciò accada: lo so, non ho nessuna responsabilità diretta se tali crimini di sfruttamento accadono ancora, così come ho poche probabilità di cambiare concretamente la vita di queste masse di persone. però, il solo pensiero che un essere umano, identico a me seppur nato da qualche altra parte, debba sopportare senza nessuna possibilità di ribellarsi (men che meno, di sperare qualcosa di meglio) le angherie di un altro essere umano, mi disgusta. mi fa rabbrividire, mi fa inorridire, mi lascia profondamente schifato dell’umanità alla quale io pure appartengo. e se è vero che noi uomini siamo gli esseri migliori del creato, fatti da dio a sua stessa immagine e somiglianza, è anche perché abbiamo la possibilità di pensare e soprattutto di agire. perché, cara mamma, pensare non basta più, è ora di agire, di fare. è ora di mettersi in marcia, di fare anche noi giovani la nostra parte, di dimostrare che le idee possono avere un’applicazione concreta e fattibile. basta crederci e metterle in pratica.
perciò addio, mamma: l’ingiustizia mi fa troppo ribrezzo, anche solo come idea in sé, perché io la tolleri ancora. non temere per me, anche se d’ora in poi non riceverai praticamente più mie notizie: ho sentito di un cubano che sta preparando uno sbarco a cuba, e che vuole rovesciare la schifosa dittatura di batista.
per ora, mi sto facendo crescere la barba e sto imparando a fumare i sigari: la fede non mi manca, e nemmeno la determinazione. farò del mio meglio.
perdonami!
addio,
tuo figlio
caro figlio,
ho letto la tua lettera con un dolore dentro che cresceva parola dopo parola: man mano i miei occhi scorrevano le tue parole, dentro di me scoppiavano continuamente delle enormi bolle di angoscia, e ho finito per piangere come una bambina disperata. perché tu sei un figlio, e non puoi perciò capire cosa io stia provando in quanto madre: ma sappi soltanto che l’istinto materno, proprio di qualsiasi donna che abbia mai messo al mondo una creatura, mi ha già praticamente convinta che ti perderò. e per una madre perdere un figlio è ancora peggio che perdere la propria vita: perdere un figlio è trovarsi di colpo svuotata e senza senso, ed allo stesso tempo sentire di avere mancato un obiettivo fondamentale. io mi sento in colpa perché sento di aver sbagliato qualcosa con te, mi sento responsabile di un fallimento: e nessun ragionamento “razionale” può per ora convincermi che ciò non sia vero.
dunque hai deciso di “fare la tua parte” in difesa delle masse sfruttate. è un pensiero nobile, che ti qualifica come un ragazzo generoso e altruista. e non sarà certo il mio egoismo materno a cercare di confutare le tue aspirazioni.
però, mi pare che tu non abbia mai concesso la stessa dose di altruismo e generosità alla tua famiglia. andrai a risollevare gli ultimi, mi scrivi: ma da quando in qua la tua famiglia è una famiglia di non sfruttati? tuo padre è operaio, io casalinga: credi che si sguazzi nell’oro, in casa tua? lo sai che le speranze che hanno allietato il fidanzamento dei tuoi genitori non si sono mai trasformate in realtà proprio perché neppure per noi la vita è stata facile?
ma ora divago, e mi perdo rischiando solamente di confonderti le idee. ti volevo semplicemente far notare come, secondo me, l’idea di combattere l’ingiustizia valga per te solo pensando agli altri, alle masse; ma non mi pare sia mai stata valida quando pensavi alla tua famiglia.
non voglio dire che dovevi imbracciare un fucile per nazionalizzare la fabbrica di tuo padre, ci mancherebbe: semplicemente, che potevi minimamente occuparti delle ingiustizie che anche la tua famiglia ha dovuto, e deve tuttora, sopportare. mai mi hai preso la borsa della spesa per risparmiarmi una fatica; mai ti sei accorto che il lavoro di tuo padre diventava, con gli anni, sempre più pesante; mai hai pensato che la vecchiaia ci rende impotenti, come i bambini, e sempre più dipendenti da te; mai ti sei cercato di sdebitare perché ti lasciavamo leggere certi libri, e frequentare certi circoli, a dir poco pericolosi per la sicurezza della nostra famiglia...
lo so, leggendo queste mie recriminazioni sorriderai, e alzando le spalle ci giudicherai stupidamente “borghesi”, vittime – a tuo giudizio magari nemmeno troppo inconsciamente – della manipolazione del cervello che l’ingorda voce del capitalismo e dell’imperialismo installa nelle coscienze di molti. oh, mio caro figlio, non è così, non è assolutamente così: tu combatti per una causa grande, famosa, entusiasmante; sai che ciò che vai a fare sarà seguito dai giornali, dalle persone, dai potenti. però non dimenticare che anche tuo padre e io abbiamo lottato per la nostra dignità: abbiamo lottato per poterci sposare, perché le nostre famiglie non ne volevano sapere; abbiamo lottato per sopravvivere, per cercare lavori onesti che ci consentissero di tirare avanti; abbiamo lottato per dare a te la possibilità di arrivare dove sei. e se ora chiediamo silenzio, e tranquillità, e una vita placida, non è perché abbiamo paura che il mondo cambi, ma perché pensiamo di meritarci riposo.
perdona le lungaggini, ma questa potrebbe comunque essere l’ultima mia lettera a te (almeno, a te ancora vivo): buona fortuna, e comportati bene!
sii felice.
un bacione
dalla tua mamma
di Iuri Moscardi
presumo, prima di conversare con voi, che mi dovrei presentare: ho più volte osservato come gli uomini si presentino sempre, quando non si conoscono. e così, volendo io parlare con voi, mi presenterò anch’io (sia mai che mi consideriate maleducata!). io sono una tipica vacca, o mucca che dir si voglia. non possiedo un nome mio: noi vacche non ci diamo nomi, e nessun bambino si è mai fatto impietosire al punto da farmi ‘muuu’ con sguardo ebete o felice, o chiamarmi Carolina. di me posso inoltre dirvi che sono un esemplare femmina adulto di bos taurus di razza frisona. ho dunque (in ordine sparso): un mantello pezzato nero; un peso ottimale per la mia specie (ma sono pur sempre una signora, e perciò non ve lo rivelerò); le corna tagliate (ma perché?) e soprattutto mammelle enormi che scoppiano di latte (noi frisone siamo buone produttrici di latte).
ci siamo appena presentati, quindi non ci conosciamo ancora: perciò, non vorrei scioccarvi dicendovi che vivo prigioniera in un allevamento di vacche da latte, anche se è la pura verità! la mia è una fabbrica di carne e latte. siamo tutte uguali, qui dentro: più di un migliaio di vacche come me, più d’un migliaio di anime di vacca uguali in gesti e abitudini, e diverse solo nelle sfumature di colore del pelo e nella quantità di latte prodotta ogni giorno. viviamo stipate e vicine, sotto questi tetti di cemento armato e all’interno di recinti dalle sbarre di metallo dure e storte.
è assurdo come, pur essendo voi umani dipendenti dal nostro latte e dalla nostra carne, siamo noi a essere sfruttate e derubate della nostra dignità animale. voi uomini vi credete i dominatori della natura, i migliori tra i viventi (addirittura, ho sentito dire che la credenza alla quale date più credito si basa su un libro che afferma la vostra assoluta superiorità...). eppure, non avete i presupposti intellettivi né tantomeno materiali per considerarvi i migliori: le direttive su cui basate il vostro agire stanno distruggendo tutto, e per vivere dipendete completamente dai diversi da voi. noi vacche, in quest’allevamento padano tra zanzare e fossi e afa, ne siamo l’esempio: siamo schiavizzate, sfruttate dal primo secondo in cui apriamo gli occhi alla vita all’ultimo istante prima del macello. ci stipate qui, e ve ne fregate che ci siano 40 gradi d’estate e la nebbia umida d’inverno. decidete di farci nascere quando vi pare, ficcando i vostri arnesi nelle nostre vagine (vorrei infilarvi una zampa nel didietro, per farvi provare qualcosa di simile!) senza lasciarci corteggiare e fecondare da quei fustacchioni dei nostri tori. una volta gravide, ci separate dalle altre e ci riempite di ulteriore mangime artificiale, inodore-insapore-incolore dunque schifoso anche se sicuro, per poi farci partorire quando vi pare, utilizzando lunghi pali di ferro per dilatarci e straziarci ulteriormente; non bastasse ciò, vi prendete subito i nostri vitellini, che non sopportate nascano morti, per rinchiuderli in incubatrici e toglier loro il pensiero della madre, dei loro legami, dei loro sentimenti! e poi, ci obbligate a fare sempre l’identica vita: ore e ore a ruminare fieno troppo secco e troppo amaro, mischiato a frullati di mangimi a base di chissà cosa. private di corna, gli occhi acquosi ed inespressivi, la testa ciondoloni, ci sopportiamo a vicenda fingendo di essere ognuna sola con se stessa. vi siete forse dimenticati che siamo animali? e allora perché non ci portate mai al pascolo su prati veri, dove cagare non sia reato a differenza di questo cemento impermeabile, che fa sprofondare i nostri zoccoli nel nostro letame e ci brucia le zampe con l’acido delle nostre urine?
che vita può essere, la nostra, animali resi macchine ma privi della perfezione dei congegni meccanici? puntuale, a sera, la mungitura dovrebbe essere benessere, o quantomeno dovrebbe ricordarci cosa siamo tramite il gesto più “da mucca” possibile. e invece, anche qui, meccanismi dolorosi e innaturali c’invadono, attaccando ai nostri capezzoli tubi di vetro che succhiano senza pietà tutto ciò che possiamo darvi. quando infine considerate esaurito il nostro compito (non importa quanti anni abbiamo, o dove finiremo), ci fate sparire: vendute, quando va bene, oppure macellate, uccise senza la dignità (perché non l’avete, pezzenti!) di guardarci negli occhi né il coraggio di dirci che andiamo a morire. questo, solo questo siete, voi uomini. sfruttatori frustrati, incapaci di provvedere a voi stessi e tanto maleducati da non ringraziare nemmeno chi vi consente di vivere.
io però sogno la libertà. sogno di andarmene finalmente da qui, per sempre; di scappare, non so ancora come, sfruttando una delle tante migliaia di disattenzioni che ci riservate. sogno di fare come le mucche alpine, che d’estate scarpinano per chilometri per andare in alpeggio e d’inverno devono patire un freddo tremendo, e vengono anche picchiate col bastone dai pastori, quando sgarrano e escono dai ranghi. e che, nonostante ciò, sono libere, sono ancora vacche vere con la V maiuscola: brucano erba vera, fieno vero e fresco, seccato al sole ancora naturale dei monti; sono sempre poche poche nelle stalle, vivono in paesini sperduti, e soprattutto sono munte a mano. ecco, questo è il mio sogno. quello che, credo, farebbe morir dal ridere ciascuna delle mie compagne qua dentro, abituate come sono a credere che l’unica vita che ci sia concessa sia quella di prigioniere. certo, per realizzarlo avrei bisogno di fortuna, di un posto dove andare, e soprattutto di cambiare mantello (dal mio pezzato all’uniforme grigio delle alpine: altrimenti, sai le cornate di quelle montanare!). però, datemi pure della sciocca, voglio crederci, e fare di questo desiderio la mia ragione di vita, riconquistare la mia dignità bovina, muggire felice con un enorme campanaccio al collo nei prati della Svizzera.
e poi, a rafforzare le mie utopie, c’è anche una ragazza: è un umano diverso dai soliti che passeggiano in mezzo a noi, poco cortesi e armati di scarponi che menano calci cattivi. lei non ci dà da mangiare, semplicemente ogni tanto passeggia in mezzo al capannone, magari fermandosi a fare una carezza a qualcuna di noi. è lei che mi dà speranza perché un giorno l’ho sentita – aveva la finestra aperta per il caldo – mentre ripeteva a voce qualcosa per l’interrogazione a scuola del giorno dopo. parlava dei propositi di un certo Marx, che voleva che tutti gli uomini fossero uguali e trattati decentemente, e delle storie di tanti altri uomini che furono uccisi perché chiedevano la stessa cosa (mi ha colpito molto, peraltro, il racconto di un giovane, di tanti anni fa, che dopo essere morto se ne tornava a vivere lasciando solo un lenzuolo bianco); e poi, credo cambiando argomento, raccontava la bizzarra storiella di un libro in cui uno scrittore immaginava una società ugualitaria, alla Marx diciamo, anche per gli animali. e allora mi sono detta: il mio sogno è possibile, finalmente!
ma per ora, c’è ancora da sopportare la “normalità”: tocca, come al solito, accostare il muso alla coda della mucca davanti a me, tutte ordinatamente in fila verso la mungitura giornaliera...
questo, e molto altro ancora, nel numero di luglio - agosto di generAzione: http://generazionerivista.splinder.com
caro figlio,
chiamarti il mio bambino mi farebbe sorridere, perché non ha più senso. sei un uomo, ormai: non proprio del tutto, certo, ma la bella età dei baci e della tua infanzia è finita. per sempre. sarebbe perciò scemo ostinarmi a considerarti un bambino che ha ancora bisogno di me. però, sai, faccio un poco fatica ad abituarmi all'idea che tu sia ormai cambiato. non per egoismo, sarei una pessima madre se ti volessi ancora tenere stretto alle mie gonne; però mi viene sempre un certo magone quando ti guardo e mi accorgo che sei ormai più alto di me, che hai la barba e un futuro ormai a portata di mano, e una morosa e una vita che si sta facendo sempre più tua. no, non credere che io sia triste: quando ti vedo ormai maturo, e (non sempre eh!) felice delle tue scelte, sono più che soddisfatta. sono orgogliosa, per averti portato in grembo e poi svezzato e poi curato e lavato e vestito e mandato a scuola: mi è costato tanti sacrifici, e li faccio ancora, però non posso non essere soddisfatta! chissà, magari anche tu un giorno sarai papà, e forse un pochino capirai cosa vuol dire avere un figlio e cioè vederti a fianco una parte di te. però, come ti dicevo, il magone rimane.
sei andato via, te ne sei scappato laggiù dove, tra case e macchine, stai trovando la tua strada. e poi, andrai da lei com'è giusto. e quindi, insomma, ho realizzato di essere stata scalzata dalle priorità, com'è giusto che sia. sapevo che questo giorno sarebbe arrivato, certo: però è un po' come la morte, sai che arriverà un giorno in cui toccherà morire, ma nessuno ci pensa mai, nessuno si prepara a un giorno simile. e quindi non mi resta che accettare ciò che deve essere.
senza rancori, com'è giusto che sia. perché voglio che tu sappia che, per me, vederti fare questa scelta riempie il cuore di felicità. vuol dire che sei diventato adulto, che sei cresciuto: e, cioè, che io ti ho dato le giuste basi e l'adatto sostegno per arrivare a fare, con la tua scelta, certe scelte. sono felice per te, davvero.
perdona queste malinconie: comincio a essere vecchia... sii felice, lo meriti. e non dimenticarti di me, per favore!
ti voglio bene
m.
Petite tête sans cervelle
C’est un vélo volé et secoué par le vent
un enfant est dessus qui pédale en pleurant
un brave homme derrière lui le poursuit en hurlant
Et le garde-barrière agite son drapeau
l’enfant passe quand même
le train passe sur lui
et le brave homme arrive en reprenant son souffle
contemplant sa ferraille
n’en croyant pas ses yeux
Les deux roues sont tordues
le guidon est faussé
le cadre fracassé
le lampion en charpie
et la bougie en miettes
Et ma médaille de Saint-Christophe
où est-elle passée
vraiment il n’y a plus d’enfants
on ne sait plus à quel saint se vouer
on ne sait plus que dire
on ne sait plus que penser
on ne sait plus comment tout ça va finir
on ne sait plus où en est
vraiment
Quelle bande de ons
dit le garde-barrière en pleurant.
Jacques Prévert